Una storia noiosa
Una Storia Noiosa (estratto da I Racconti)
Quando aveva voglia di confidarmi i suoi entusiasmi teatrali, veniva da me nello studio e mi diceva con voce implorante:
- Posso parlarle di teatro?
- Ti do mezz’ora. Comincia.
Più tardi iniziò a portarsi a casa ritratti di attori e attrici, che guardava con venerazione, partecipò a qualche spettacolo filodrammatico e finalmente, conclusi gli studi, mi dichiarò d’essere nata per fare l’attrice.
Non ho mai condiviso la passione di Katja per il teatro. Secondo me, se un testo teatrale è interessante, non c’è bisogno di scomodare gli atttori, basta leggerlo, se è mediocre, non c’è interpretazione che lo salvi.
Da giovane andavo spesso a teatro: adesso un paio di volte all’anno mia moglie prende un palco e mi porta a teatro per “distrarmi”. Certo, questo non mi da molto diritto di giudicare, ma voglio lo stesso dire due parole sul teatro. Secondo me, il teatro in questi ultimi trenta, quarant’anni non è per nulla migliorato. Come un tempo, è impossibile trovare nel foyer un semplice bicchiere d’acqua fresca. Come un tempo, devo pagare alla maschera un sovrapprezzo per entrare in sala con la pellicccia, anche se portare indumenti caldi in inverno mi pare più che ragionevole. Come un tempo, negli intervalli gli uomini si precipitano al buffet a bere bevande alcoliche e in sala strimpellano una musica fastidiosa, che disturba inutilmente le impressioni appena ricevute dallo spettacolo. Se non si vedono progressi nelle piccole cose, è inutile cercarli nelle grandi. Quando un attore, imbevuto fino al collo di vezzi e smorfie teatrali, legge il semplice monologo “Essere o non essere” con insensati sussurri e fremiti, o cerca in tutti i modi di convincermi che il protagonista di Che disgrazia l’ingegno è un uomo intelligentissimo, anche se vive in mezzo a stupidi ed è innamorato di una stupida, e che la commedia è eccelsa, mi sento travolto dalla stessa insopportabile routine che mi annoiava già quarant’anni fa, quando mi tocccava sorbire classicheggianti piagnistei e disperati colpi sul petto. Ed ogni volta esco da teatro più reazionario di quando sono entrato.
È facile convincere il pubblico sentimentale e sprovveduto che il teatro oggi insegni qualcosa: ma chi sa che cos’è una scuola nel vero senso della parola, non si lascia abbindolare. Non so che cosa succederà tra cinqunta, cent’anni: certo nella situazione attuale il teatro è solo un divertimento. Ma come divertimento è troppo costoso. Sottrae al paese migliaia di giovani sani e pieni di talento che, se non si dedicassero al teatro, potrebbero diventare buoni dottori, agricoltori, insegnanti e ufficiali; sottrae al pubblico le ore serali che sono le migliori per attività intellettuali e conviviali. Per non parlare dello stesso spreco di denaro e dei danni morali che pùo provocare una scorretta rappresentazione di un delitto, un adulterio o una calunnia.
Katja era invece di un’altra opinione. Cercava di convincermi che il teatro, anche nella sua forma odierna, è un’arte più nobile del pubblico, dei libri, di tutto ciò che esiste al mondo, è una forza che riunisce in sé tutte le arti, e che gli attori sono dei missionari. Nessun’altra arte e nessuna scienza è in grado da sola di influire con tale forza sull’animo come il teatro ed è per questo che un attore, anche mediocre, è infinitamente più popolare di un illustre scienziato o di un famoso pittore. E nessun mestiere che porti a contatto col pubblico dà più piacere e soddisfazione del mestiere dell’attore.
A.P. Cechov, 1889


